«Signore, ti prego…»

Chiara d’Assisi in preghiera


Nella Leggenda scritta in occasione della canonizzazione di Chiara d’Assisi sono presentati alcuni episodi illustrativi dell’efficacia della preghiera della nuova santa. Il biografo, nel primo di tali episodi, racconta dell’assedio di Assisi da parte di truppe saracene. Durante l’assalto contro la città, i soldati «irruppero nelle adiacenze di San Damiano, entro i confini del monastero, anzi fin dentro al chiostro stesso delle vergini».

San Damiano: Chiara e le sorelle vi dimoravano già da parecchi anni. Era una piccola chiesa a fianco della quale era stata costruito il conventino, molto vicina ad Assisi ma fuori delle mura cittadine. Questa collocazione bene esprimeva il senso dell’esistenza di quelle donne, che sull’esempio di Francesco e dei suoi frati, avevano scelto il Vangelo come regola e la povertà vissuta in fraternità come stile di vita: non una “fuga dal mondo”, ma una presa di distanza dai criteri antievangelici su cui Assisi stava fondando il suo sviluppo socio-economico e una proposta evangelica alternativa.

Nello smarrimento e nello sgomento sono generali di fronte alla minaccia di violazione del monastero, Chiara chiede alle sorelle di essere condotta, «malata com’è, alla porta» e di essere posta «di fronte ai nemici, preceduta dalla cassetta d’argento racchiusa nell’avorio, nella quale era custodito con somma devozione il Corpo del Santo dei Santi».

Chiara si riconosce impotente di fronte al pericolo: è malata ed è indifesa. Il gesto di farsi precedere dall’Eucaristia esprime la concretezza della sua fede: il solo salvatore è Gesù, lui che ha promesso di restare con i suoi discepoli fino alla fine del tempo.

Alle armi dei soldati Chiara risponde con la presenza attiva di Gesù Eucaristia. Il suo non è fideismo, non è spiritualismo di comodo, non è fatalismo; ella sa che Gesù è vivo e vero nel Sacramento del Pane consacrato, qui e ora, come era con i discepoli dopo la sua risurrezione. Non ha forse scelto di non avere nessuna sicurezza materiale perché sia evidente che la sua sicurezza è il Signore? Perciò la sua preghiera è del tutto naturale, spontanea, immediata: “Ecco, o mio Signore, vuoi tu forse consegnare nelle mani di pagani le inermi tue serve, che ho allevato per il tuo amore? Proteggi, Signore, ti prego, queste tue serve, che io ora, da me sola, non posso salvare”.

 

«Subito una voce, come di bimbo, risuonò alle sue orecchie dalla nuova arca di grazia: “Io vi custodirò sempre!”. Gesù è presente nell’Eucaristia nella totalità del suo mistero: è il bambino di Betlemme, è l’uomo che lavora nella bottega di Giuseppe e che annuncia il Regno di Dio per le strade della Palestina, è il Crocifisso ed è il Risorto. Chiara ode la voce di un bambino. Gesù è debole nell’Eucaristia, come Chiara è debole nel suo pregare; ma la “debolezza” di Gesù è la forza di Chiara. La promessa di custodire sempre quelle donne, come pure ogni persona che a lui si affida, è rinnovata e realizzata. E Chiara intercede anche per Assisi, ottenendo per la città protezione e liberazione.

 

L’episodio raccontato dal biografo è prezioso per noi: ci fa intravedere alcuni elementi importanti che possono sostenere e aiutare a maturare la nostra personale relazione con Gesù nella preghiera e nell’adorazione.

Il riconoscimento della propria insufficienza, innanzitutto. Non siamo mai abbastanza consapevoli della nostra verità di creature di fronte al Creatore, di persone salvate di fronte al Salvatore, di peccatori chiamati alla santità di fronte al Santo. La debolezza che possiamo sperimentare tante volte ci fa paura. Ma non fa paura a Dio ed egli non la disprezza! L’Eucaristia è un segno così debole e fragile, eppure Dio ha scelto questa debolezza per comunicarci la sua forza: il Pane consacrato non è forse il cibo che sostiene noi, pellegrini in questo mondo?

E poi la fiducia nel Signore. Ogni relazione autentica ha bisogno di fondarsi sulla fiducia reciproca. Per questo Gesù, a coloro che avvicina, non chiede altro che avere fede in lui. Pregare è esprimere in vari modi la fiducia in colui che – lo crediamo – ci ascolta, ci guarda, ci custodisce perché ci ama! Adorare è “stare lì”, in un atto ininterrotto di fiducia che rinuncia anche alle parole; è fiducia comunicata con lo sguardo, con il corpo, con il canto di lode.

Infine l’intercessione. Chiara intercede per le sorelle e per la città di Assisi, ricordandoci che pregare non è ripiegarci su noi stessi, chiuderci in un rapporto esclusivo, escludente tutti gli altri. Al contrario, la preghiera allarga gli orizzonti del cuore, insegna ad abbracciare tutto il mondo, dilata interiormente sulla misura del cuore di Gesù. Per questo la preghiera è la prima azione missionaria e chi prega si inserisce profondamente nelle vicende che travagliano la nostra terra.

Altissimo e buon Signore,

tu che sei e rimani con noi tutti i giorni

fatti di gioie e fatiche,

di speranze e delusioni,

ravviva la nostra fede in te,

insegnaci a pregare.

Benedetto tu sia, Signore,

che nel tuo Corpo e nel tuo Sangue

ti manifesti oggi per noi

misericordioso Salvatore!

                                                            Le sorelle clarisse di Cortona 

 

 


Il Mistero pasquale fonte di speranza

 
Il mistero pasquale è il cuore, il culmine dell’anno liturgico. Il mistero della Passione, Morte e Risurrezione del Signore Gesù, rende la nostra fede credibile ed efficace. E’ Lui che ci salva. E’ Lui che ci porta al Padre. E’ Lui che ha distrutto la morte e ha ridato a noi la vita. Ecco perché celebriamo con tale solennità il sacro triduo pasquale. Celebriamo il Padre, che per amore ha mandato a noi il Suo Figlio Unigenito, per mezzo del Suo Figlio, che per noi ha dato la vita, nello Spirito Santo, che ci fa entrare in questo mistero d’amore. E così santifichiamo noi stessi, partecipando della stessa gloria di Cristo, per mezzo dei sacramenti e delle azioni liturgiche, che rendono contemporanee a noi le vicende della vita di Gesù e allo stesso tempo ci offrono occasioni di conversione e di ritorno a Lui. E soprattutto, ci danno la speranza della salvezza. Quella speranza che Francesco d’Assisi, in una sua celebre preghiera[1] definisce certa, e che il nostro Santo Padre Benedetto XVI, nella sua ultima Lettera Enciclica Spe salvi, definisce affidabile[2]! In che senso affidabile? Nel senso che ha una meta certa e sicura, o meglio, una speranza per la quale vale la pena spendere tempo, energie, affetti e volontà.  

Nell’ambito biblico, la speranza coincide con la fede in Dio, ed è per questo che risulta affidabile. Sembra un giro di parole. In realtà, è essenziale il legame tra speranza e fede, altrimenti si corre il rischio di vivere di speranze effimere e così di costruire la casa sulla sabbia, piuttosto che sulla roccia; il rischio di vivere di pii desideri, che non trovano riscontro nella realtà.

Ma è Dio la nostra speranza! E ci invita ad instaurare un rapporto personale con Lui.  

Se io non ho fede, cioè non ho fiducia in Qualcuno, non entro nemmeno in relazione con Lui. Ma se io Lo conosco, e so che Egli è degno di fede, vale a dire mi fido di lui, allora sono pronto a vivere nella speranza che egli non mi tradirà, manterrà le sue promesse, non mi abbandonerà. Egli mi cerca, mi trova e mi chiede di venire con Lui. Ma il passo successivo, cioè l’atto di fede, lo devo fare io, singolarmente, nell’intimo della mia coscienza e poi anche comunitariamente, quando insieme ai miei fratelli, nella liturgia e nella vita, ribadisco la fede della Chiesa.

E’ un cammino da realizzare giorno per giorno. Ma tutto ciò richiede una grande disponibilità a cambiare, a lasciarsi guidare e trasformare, quindi a vivere di fede, camminando senza riuscire a scorgere la meta verso cui ci si è avviati.

Noi possiamo anche sbagliare e mancare alle nostre promesse. Le promesse di Dio, fortunatamente, non sono come le nostre, che talvolta durano giusto il tempo di essere dette a parole. Le promesse di Dio, ce lo insegna la Scrittura, sono eterne, ed Egli non manca mai di realizzare ciò che promette.

I Santi sono, in questo senso, dimostrazioni sensibili e concrete di come la speranza abbia la sua radice nella fede e di come si realizzi storicamente. Margherita di Cortona ne è un esempio luminoso, un segno evidente dell’opera di Dio: una vita apparentemente fallita, che resasi disponibile alla chiamata di Dio, viene redenta e lentamente trasformata dalla grazia. Davvero un grande mistero di grazia e di libertà!

Ecco allora il frutto della Pasqua cristiana: l’attesa di essere liberati! E una volta liberati, di contemplare liberi, il Liberatore. Buona Pasqua, buon Passaggio alla Vita Nuova!



[1] Fonti francescane, Padova 2004, N. 276, p.167.

[2] Benedetto XVI, Spe salvi, Città del Vaticano 2oo7, p.3.