«Signore, ti prego…»
Chiara d’Assisi in preghiera
San Damiano: Chiara
Nello smarrimento e nello sgomento sono generali di fronte alla
minaccia di violazione del monastero, Chiara chiede alle sorelle di essere
condotta, «malata com’è, alla porta» e di essere posta «di fronte ai nemici,
preceduta dalla cassetta d’argento racchiusa nell’avorio, nella quale era
custodito con somma devozione il Corpo del Santo dei Santi».
Chiara si riconosce impotente di fronte al pericolo: è malata ed è
indifesa. Il gesto di farsi precedere dall’Eucaristia esprime la concretezza
della sua fede: il solo salvatore è Gesù, lui che ha promesso di restare con i
suoi discepoli fino alla fine del tempo.
Alle armi dei soldati Chiara risponde con la presenza attiva di Gesù
Eucaristia. Il suo non è fideismo, non è spiritualismo di comodo, non è
fatalismo; ella sa che Gesù è vivo e vero nel Sacramento del Pane consacrato,
qui e ora, come era con i discepoli dopo la sua risurrezione. Non ha forse
scelto di non avere nessuna sicurezza materiale perché sia evidente che la sua
sicurezza è il Signore? Perciò la sua preghiera è del tutto naturale,
spontanea, immediata: “Ecco, o mio Signore, vuoi tu forse consegnare nelle mani
di pagani le inermi tue serve, che ho allevato per il tuo amore? Proteggi,
Signore, ti prego, queste tue serve, che io ora, da me sola, non posso
salvare”.
«Subito una voce, come di bimbo, risuonò alle sue orecchie dalla nuova
arca di grazia: “Io vi custodirò sempre!”. Gesù è presente nell’Eucaristia
nella totalità del suo mistero: è il bambino di Betlemme, è l’uomo che lavora
nella bottega di Giuseppe e che annuncia il Regno di Dio per le strade della
Palestina, è il Crocifisso ed è il Risorto.
L’episodio raccontato dal biografo è prezioso per noi: ci fa
intravedere alcuni elementi importanti che possono sostenere e aiutare a
maturare la nostra personale relazione con Gesù nella preghiera e
nell’adorazione.
Il riconoscimento della propria insufficienza, innanzitutto. Non siamo mai abbastanza
consapevoli della nostra verità di creature di fronte al Creatore, di persone
salvate di fronte al Salvatore, di peccatori chiamati alla santità di fronte al
Santo. La debolezza che possiamo sperimentare tante volte ci fa paura. Ma non
fa paura a Dio ed egli non la disprezza! L’Eucaristia è un segno così debole e
fragile, eppure Dio ha scelto questa debolezza per comunicarci la sua forza: il
Pane consacrato non è forse il cibo che sostiene noi, pellegrini in questo
mondo?
E poi la fiducia nel Signore. Ogni relazione autentica ha
bisogno di fondarsi sulla fiducia reciproca. Per questo Gesù, a coloro che
avvicina, non chiede altro che avere fede in lui. Pregare è esprimere in vari
modi la fiducia in colui che – lo crediamo – ci ascolta, ci guarda, ci
custodisce perché ci ama! Adorare è “stare lì”, in un atto ininterrotto di
fiducia che rinuncia anche alle parole; è fiducia comunicata con lo sguardo,
con il corpo, con il canto di lode.
Infine l’intercessione. Chiara intercede per le sorelle e per la
città di Assisi, ricordandoci che pregare non è ripiegarci su noi stessi,
chiuderci in un rapporto esclusivo, escludente tutti gli altri. Al contrario,
la preghiera allarga gli orizzonti del cuore, insegna ad abbracciare tutto il
mondo, dilata interiormente sulla misura del cuore di Gesù. Per questo la
preghiera è la prima azione missionaria e chi prega si inserisce profondamente
nelle vicende che travagliano la nostra terra.
Altissimo e buon Signore,
tu che sei e rimani con noi tutti i giorni
fatti di gioie e fatiche,
di speranze e delusioni,
ravviva la nostra fede in te,
insegnaci a pregare.
Benedetto tu sia, Signore,
che nel tuo Corpo e nel tuo Sangue
ti manifesti oggi per noi
misericordioso Salvatore!
Le sorelle clarisse di Cortona
Il Mistero pasquale fonte di speranza
Il mistero pasquale è il cuore, il culmine dell’anno liturgico. Il mistero della Passione, Morte e Risurrezione del Signore Gesù, rende la nostra fede credibile ed efficace. E’ Lui che ci salva. E’ Lui che ci porta al Padre. E’ Lui che ha distrutto la morte e ha ridato a noi la vita. Ecco perché celebriamo con tale solennità il sacro triduo pasquale. Celebriamo il Padre, che per amore ha mandato a noi il Suo Figlio Unigenito, per mezzo del Suo Figlio, che per noi ha dato la vita, nello Spirito Santo, che ci fa entrare in questo mistero d’amore. E così santifichiamo noi stessi, partecipando della stessa gloria di Cristo, per mezzo dei sacramenti e delle azioni liturgiche, che rendono contemporanee a noi le vicende della vita di Gesù e allo stesso tempo ci offrono occasioni di conversione e di ritorno a Lui. E soprattutto, ci danno la speranza della salvezza. Quella speranza che Francesco d’Assisi, in una sua celebre preghiera[1] definisce certa, e che il nostro Santo Padre Benedetto XVI, nella sua ultima Lettera Enciclica Spe salvi, definisce affidabile[2]! In che senso affidabile? Nel senso che ha una meta certa e sicura, o meglio, una speranza per la quale vale la pena spendere tempo, energie, affetti e volontà.
Nell’ambito biblico, la speranza coincide con la fede in Dio, ed è per questo che risulta affidabile. Sembra un giro di parole. In realtà, è essenziale il legame tra speranza e fede, altrimenti si corre il rischio di vivere di speranze effimere e così di costruire la casa sulla sabbia, piuttosto che sulla roccia; il rischio di vivere di pii desideri, che non trovano riscontro nella realtà.
Ma è Dio la nostra speranza! E ci invita ad instaurare un rapporto personale con Lui.
Se io non ho fede, cioè non ho fiducia in Qualcuno, non entro nemmeno in relazione con Lui. Ma se io Lo conosco, e so che Egli è degno di fede, vale a dire mi fido di lui, allora sono pronto a vivere nella speranza che egli non mi tradirà, manterrà le sue promesse, non mi abbandonerà. Egli mi cerca, mi trova e mi chiede di venire con Lui. Ma il passo successivo, cioè l’atto di fede, lo devo fare io, singolarmente, nell’intimo della mia coscienza e poi anche comunitariamente, quando insieme ai miei fratelli, nella liturgia e nella vita, ribadisco la fede della Chiesa.
E’ un cammino da realizzare giorno per giorno. Ma tutto ciò richiede una grande disponibilità a cambiare, a lasciarsi guidare e trasformare, quindi a vivere di fede, camminando senza riuscire a scorgere la meta verso cui ci si è avviati.
Noi possiamo anche sbagliare e mancare alle nostre promesse. Le promesse di Dio, fortunatamente, non sono come le nostre, che talvolta durano giusto il tempo di essere dette a parole. Le promesse di Dio, ce lo insegna
I Santi sono, in questo senso, dimostrazioni sensibili e concrete di come la speranza abbia la sua radice nella fede e di come si realizzi storicamente. Margherita di Cortona ne è un esempio luminoso, un segno evidente dell’opera di Dio: una vita apparentemente fallita, che resasi disponibile alla chiamata di Dio, viene redenta e lentamente trasformata dalla grazia. Davvero un grande mistero di grazia e di libertà!
Ecco allora il frutto della Pasqua cristiana: l’attesa di essere liberati! E una volta liberati, di contemplare liberi, il Liberatore. Buona Pasqua, buon Passaggio alla Vita Nuova!
